A 20 ANNI DA DAYTON DI AZHRA NUHEFENDIC

14 dicembre 2015 Il 14 dicembre di 20 anni fa, a Parigi, furono firmati gli accordi di Dayton. Cosa significarono quegli accordi per i paesi dell’ex Jugoslavia e per la Bosnia Erzegovina in particolare? Per la Bosnia significarono la fine della guerra. Prima la gente moriva, le città erano sotto assedio e regnava la distruzione. In breve non si vedeva un futuro per 4 milioni di bosniaci. Allo stesso tempo però questi accordi hanno creato le basi per quello che sarebbe successo dopo, per i 20 anni successivi. Tempo in cui la situazione non solo si è fermata, ma sotto alcuni aspetti è persino tornata indietro, peggiorando la condizione della Bosnia. In che senso? E’ peggiorato il rapporto tra le religioni e le etnie, la divisione è andata avanti ed è diventata persino più profonda di quella che era in passato. Sono cresciute nuove generazioni che non hanno imparato, non hanno avuto quello che avevamo noi cresciuti nell’ex Jugoslavia, e cioè il vedere il prossimo come un vicino, un amico, una persona positiva. Le nuove generazioni in Bosnia sono purtroppo cresciute sotto la fortissima ed inquietante pressione della politica nazionalistica che ha fatto crescere i 20enni di oggi non a fianco l’uno dell’altro, ma uno contro l’altro. Migrazioni, rotta balcanica, estremismo islamico: come si inseriscono in questo contesto? La Bosnia non è toccata dalla rotta balcanica in quanto non è questo il percorso più breve per i profughi e i migranti che arrivano dal Medio Oriente. Per quanto riguarda invece il terrorismo mi ribello contro quelli che per forza, calcolo politico o ignoranza vogliono inserire la Bosnia tra i paesi a maggior presenza e maggior rischio in Europa. E’ una costruzione che non ha a che fare con la realtà. La Bosnia è un paese piccolo, dove le istituzioni internazionali sono molto presenti, e dove la presenza o i tentativi del terrorismo di infiltrarsi non sono diversi che altrove. La Bosnia è vittima dei pregiudizi e degli stereotipi perché la maggioranza della popolazione è composta da musulmani. Lei ha scritto qualche anno fa un libro che raccoglie tanto le cronache quanto i ricordi personali dei giorni della guerra. Un suo ricordo personale legato alla firma degli accordi di Dayton? Grande sollievo. Tutto quello che è successo dopo Dayton è infatti nulla al confronto con la morte quotidiana cui era esposta Sarajevo, la mia città natale, e con lei tutta la Bosnia. E’ nulla confronto ai campi di concentramento dove la gente veniva torturata ed uccisa, campi riapparsi in Europa dopo 50 anni. Oggi il problema è politico, una politica che non condivido e non giudico positiva, ma comunque nulla rispetto ai 100mila morti, alle città e alle tradizioni distrutte dalla guerra. Se oggi si ascolta un genitore o qualsiasi bosniaco, diranno che in Bosnia non si sta bene, non c’è giustizia e c’è anzi povertà. Ma la gente non si spara, non corre il rischio di venire uccisa in casa o per strada o internata…
Cosa andrebbe fatto ora, a 20 anni dalla pace? Quello che di buono ha prodotto Dayton è la pace, di cattivo la politica nazionalista che continua ancora e va avanti. I politici che hanno portato la Bosnia alla guerra sono stati processati, condannati e stanno scontando le pene attribuitegli, ma la politica nazionalista è ancora in scena e attiva. Col pretesto del patriottismo si conquistano voti e si convince la gente a sopportare una politica fuori dal tempo che non fa, inoltre, progredire il paese. La Bosnia era un paese industrializzato, oggi non ci sono industrie, è il paese più povero d’Europa, primo per corruzione con la metà della popolazione senza lavoro. Gli accordi di Dayton riguardavano e riguardano principalmente la Bosnia Erzegovina. Qual è la situazione oggi degli altri paesi nati dall’ex Jugoslavia? Gli accordi di Dayton riguardavano la Bosnia ma sono stati importanti per tutti i paesi dell’ex Jugoslavia perché la guerra in Bosnia era il cuore del problema dei Balcani. Con la pace si può dire che abbiamo ottenuto le bandiere, ma abbiamo perso le mutande. Chi non ha lavoro non è una persona libera e la maggior parte delle persone che vivono nell’ex Jugoslavia si trova in queste condizioni: senza lavoro né futuro. Con la guerra e dopo sono stati distrutti i sistemi sanitari e sociali senza che ne venissero costruiti di nuovi. Tutti i paesi nati dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia vanno indietro e non avanti. * Azra Nuhefendic è una giornalista di origine bosniaca che dal 1995 vive e lavora a Trieste. Collabora con il quotidiano Il Piccolo, è corrispondente per l’Osservatorio Balcani e Caucaso. Prima lavorava per il quotidiano “Oslobodjenje” (Liberation) di Sarajevo. Negli anni ’80, trasferitasi da Sarajevo a Belgrado, ha lavorato per la radio e la TV di Belgrado fino all’inizio della guerra. Ha vinto il premio annuale della radiotelevisione di Belgrado per i contributi giornalistici sugli scandali finanziari (1986); il premio “Reportage dell’anno” per i servizi sullo sciopero dei minatori del Kosovo (1987). E’ stata premiata come inviato speciale per i servizi, sulla rivoluzione in Romania (1989). Nel 2011 ha pubblicato il libro “Le stelle che stanno giù”, cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina
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